Qualche settimana fa Lifegate ha presentato i risultati del terzo osservatorio nazionale sullo stile di vita consapevole, e diciamo subito che, a ben due anni da Expo, l’interesse delle persone per questa tematica si è consolidato e non è scemato, come forse erroneamente si poteva presupporre. Sono stati mille gli italiani intervistati nel corso dell’indagine nata dalla collaborazione tra Lifegate e l’Istituto di ricerca Eumetra Monterosa, quest’anno patrocinata dalla Commissione europea, nonché sostenuta da Best Western, Ricola, Unipol Gruppo, Vaillant e Lavazza.

Tre gli aspetti indagati sulla sostenibilità: il livello di conoscenza, gli atteggiamenti e infine i comportamenti. Non ci stupisce che la tematica dello smog risulti estremamente preponderante nel sentire comune: ben il 90% degli intervistati a considera gli investimenti nelle fonti di energia pulita e rinnovabile nella top list delle priorità e il 93% ritiene che il sole e il vento siano un’alternativa utile per rilanciare l’economia nazionale.

La sostenibilità è moda o convinzione? L’Italia è divisa

La percentuale di italiani che conoscono la tematica e l’approfondiscono è interessante: il 27%, il che significa quasi un terzo, dimostra di avere un’alta padronanza del vocabolario della sostenibilità. Ora, sarebbe prematuro pensare che la sostenibilità sia entrata a pieno titolo tra i valori riconosciuti nel Bel Paese, ma possiamo affermare che siamo sulla buona strada. Il 2017 è l’anno internazionale del turismo sostenibile e ben 3,5 milioni di italiani si dichiarano disposti a spendere di più per un viaggio all’insegna della tutela dei luoghi, mentre sono due milioni coloro che già oggi organizzano i loro momenti di svago in modo consapevole.

Alla domanda diretta la sostenibilità per te è una moda o un tema sentito? gli italiani si dividono, rispondono con percentuale identica: 47%. Crollano gli indecisi che passano dal 13 al 6 per cento. Come spiegato da Renato Mannheimer nel corso della presentazione, ciò non significa che chi ritiene che sia una moda non faccia scelte dettate dalla convinzione, bensì pensa che spesso chi parla di sostenibilità oggi lo faccia perché il tema è diventato di tendenza.

Cosa abbiamo capito?

«Le persone hanno preso più potere, la comunicazione non è più verticale ma è un dialogo che porta alla consapevolezza dell’azione del singolo e alla comprensione che negli stili di consumo di ognuno risiedono le basi del cambiamento». Sono queste le parole di Enea Roveda, amministratore delegato del gruppo LifeGate. Parole che in parte spiegano il fenomeno in atto e il cambio di rotta che porta circa 30 milioni di consumatori, solo nel nostro Paese, a volere e desiderare dalle aziende un comportamento etico e sostenibile sia nei confronti delle persone, intese anche come risorse interne, sia nei confronti del pianeta.

Parole che mi sono tornate in mente la scorsa settimana leggendo un pezzo pubblicato da Ninja Marketing e che ha colpito la mia attenzione: “Il CMO è morto, lunga vita al CGO: il caso Coca-Cola” . La scelta di eliminare la figura del CMO (Chief Marketing Office) in Coca-Cola passa da due aspetti: la velocità, intesa anche come urgenza di semplificazione dei processi, e il nuovo approccio del consumatore, che oggi sceglie in base alle proprie esigenze e necessità. Mi spiego meglio.

Tra le skill che un Chief Growth Officier deve avere, Ninja marketing menziona la capacità di ascoltare i consumatori. Insomma, «prima di sviluppare pubblicità persuasive è fondamentale mettere il consumatore al centro ed essere orientati all’innovazione così da permettere alla propria azienda il first mover advantage quando identifica del “blank spots”, delle opportunità del mercato». Il che può coincidere con il farsi paladini di prodotti o servizi dall’alto potenziale, ma totalmente da sviluppare.

Siamo nell’era Consumer centrica ma è vero anche che l’azienda non deve mai perdere di vista se stessa. A totale servizio del mercato, no. Aggiungere valore, sì.