La mia primogenita, venticinquenne, che da oltre un anno vive e lavora in Perù, periodicamente mi chiede l’invio di un pacco con grana padano, pecorino, caffè, gianduiotti e torrone; insomma qualcosa di tipico da consumare con gli altri connazionali che ha incontrato là. La comunità italiana in Perù è piuttosto nutrita: oltre 30mila persone, perlopiù nella capitale Lima, ma anche altrove; la Ong presso cui mia figlia opera, per esempio, ha sede a Tauca, sulle Ande, a 3600 metri sul livello del mare.

Non immaginavo che così tanti Italiani vivessero laggiù: siamo portati a pensare ai nostri emigrati in Argentina, negli Stati Uniti, in Germania e nel resto d’Europa…

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Secondo l’ultimo rilevamento reso noto dall’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), con dati aggiornati al giugno 2013, gli espatriati italiani erano poco più di 4 milioni e 400 mila, così suddivisi: 16.0% in Argentina, 14.9% in Germania, 12.8% in Svizzera, 8.5% in Francia, 7.3% in Brasile, 5.8% in Belgio, 5.1% negli USA, 4.9% in Gran Bretagna, 3,1% in Canada e 3.0% in Australia, solo per citare le prime dieci nazioni della classifica.

La foto dell’emigrazione italiana nel 2015 secondo i dati del decimo Rapporto Italiani nel mondo, curato dalla Fondazione Migrantes, racconta però un’altra storia, più allargata: all’estero risiedono circa 5 milioni di Italiani (con una crescita del +49,3% in 10 anni), e le percentuali di provenienza dalle regioni meridionali sono sempre prevalenti, ma stanno calando a favore di quelle settentrionali: Lombardia e Veneto sono quelle che ultimamente hanno aumentato in maniera più rilevante il numero di expat.

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Anche se i cittadini italiani che trascorrono più di 12 mesi fuori Italia sarebbero obbligati a spostare la propria residenza nel nuovo Paese in cui soggiornano iscrivendosi, appunto, all’Aire, di fatto sono molte le persone a violare tale obbligo, per non perdere il diritto all’assistenza sanitaria in Italia e la copertura sanitaria all’estero a carico dello Stato italiano.

Nel 2015, oltre 100 mila connazionali hanno lasciato l’Italia nella speranza di trovare un lavoro all’estero. La motivazione è quasi sempre quella, specie per i giovani. Il 1° dicembre 2016, Il Sole 24Ore titolava: “La disoccupazione giovanile cala al 36,4%: minimo dal 2012”. C’è ben poco da gioire. Se più di un under 25 su tre non ha speranze d’occupazione a breve-medio termine, la situazione è evidentemente difficile e sono proprio i ragazzi più intraprendenti (disinvolti nel parlare lingue diverse, scolasticamente preparati, flessibili nell’adattarsi a contesti diversi) a prendere valigia e passaporto. Le cronache degli episodi terroristici degli ultimi anni hanno portato l’attenzione sulle storie di due ragazze: Valeria Solesin, falciata dalle raffiche degli assassini del Bataclan a Parigi, e Fabrizia Di Lorenzo, uccisa dal camion lanciato sulla folla dei mercatini di Natale di Berlino. Ricercatrice l’una, occupata in una grande azienda di trasporti la seconda. Peccato che di questi “figli dell’Erasmus”, che sono tanti, si parli quasi esclusivamente in questi casi.

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E non solo i giovani partono. Il Rapporto Italiani nel mondo citava quasi un milione di over 65, ovvero quasi il 20% del totale. In molti casi si tratta di pensionati che scappano dall’Italia e decidono di vivere stabilmente all’estero, in un posto dove il costo della vita è più basso, dove il clima è migliore e dove le tasse da pagare sono inferiori rispetto all’Italia. Dove la pensione riesce a tradursi in una migliore qualità della vita, insomma. Il Portogallo ha introdotto una legge che prevede per il “residente non abituale” (soggetto che trascorre almeno 183 giorni all’interno del paese) dieci anni di esenzione dalle tasse. Anche le Canarie, che fan parte della Spagna, sono fra le mete più ambite, e così pure la Grecia, il Montenegro, la Croazia. Ai più avventurosi disposti a lanciarsi in altri continenti il Brasile, oltre che un costo della vita più basso, offre diversi incentivi introdotti per gli emigranti sopra i 50 anni.

Non si tratta di esterofilia. “Dateci la possibilità di mantenerci e certo saremo felici di restare. Ma non possiamo continuare a vivacchiare fra un impiego precario sottopagato e l’altro”, ha commentato un Italiano che vive a Londra in un’intervista televisiva. E anche per i pensionati expat, il rapporto fra quanto incassano a fine mese e il costo della vita è il punto nodale. In breve: l’Italia è bellissima; la sua economia, molto meno.