Il mondo della cybersecurity è in allarme. Voci non confermate raccontano di un progetto volto a chiedere l’eliminazione del diritto alla privacy per verificare le iscrizioni on line a eventi pubblici, da parte di liberi cittadini.

L’argomento è delicato. Se mi iscrivo a un evento, che diritto ha l’organizzatore di sapere i miei gusti musicali, le mie attività, le mie frequentazioni? Nessuno. Si potrebbe dire che il mio profilo Facebook o Instagram o Twitter non gli dovrebbero minimamente interessare. E invece no. Perché se le mie frequentazioni includono persone o atteggiamenti che potrebbero in qualche modo essere riconducibili ad attività illecite o pericolose per le persone che, ignare del mio stile di vita, partecipano a quell’evento, allora la mia vita diventa un caso di sicurezza pubblica. E mentre mi ribello anche solo all’idea che un grande fratello virtuale avvisi tutti i siti di assicurazione che sto cercando una polizza per la mia auto nuova semplicemente perché in una email di Gmail ho scritto a un mio amico che sto per cambiare macchina, trovo invece rassicurante sapere che qualcosa viene fatto affinché non mi debba trovare coinvolto in un attentato mentre assisto al lancio di un nuovo telefonino fatto da una multinazionale.

Sul mondo degli eventi tutto questo ha implicanze impattanti, se diventasse reale la richiesta e la necessità di fornire informazioni che vanno ben al di là della semplice gestione operativa. Infatti a questo punto la domanda è automatica: l’organizzatore di un evento diventerebbe in automatico responsabile, penalmente e non solo moralmente, nel caso in cui succedesse qualcosa? Perché in questo caso finirebbe il mercato degli eventi; nessuno si assumerebbe un rischio così grande. E se qualcuno creasse profili falsi ad hoc? Così come si vendono gli amici e i follower, ci sarebbe un mercato illecito (che peraltro già esiste) di fake identity informatiche per aggirare il daspo dall’evento.

Ma è innegabile che il tema andrà affrontato presto, nonché regolamentato. Come andrebbe regolamentata la diffusione su Periscope o Facebook di immagini e foto non autorizzate. Il caso di Jenny Galloni è solo l’ultimo in cui la privacy di una persona è stata violata nel momento più tragico. In Formula Uno, quando avviene un incidente, ormai arriva prima l’auto con la security e il telo verde a impedire le riprese rispetto all’auto medica. Nel mondo virtuale invece, questa attenzione non c’è. Esiste un cyberspazio in cui tutto è ancora consentito, un far west virtuale che però ha drammatiche implicanze sulla vita reale. Tutti possono tutto con tutti, tranne che nel momento in cui si cercano regole per la sicurezza.

Ma la scusa del “controllo all’ingresso” potrebbe essere un’opportunità per conoscere tutto di tutti. Se quella sera non sei in casa, per chi viene a saperlo è più facile svaligiarla. Chi controlla il controllore? Penso ai siti di registrazione; servirà l’obbligo di registrarsi con un proprio profilo social? Non credo, per le ragioni sopraesposte. Servirà probabilmente una serie di incroci tra le email, i profili, le ricerche, le parole chiave. Ma a questo punto dove sarà finita la nostra libertà, e quanta voglia avremo ancora di essere invitati da qualche parte? La sicurezza non diventerà un boomerang?

Sono domande oziose; che però attanagliano in questo periodo più di un organizzatore di eventi. E d’altro canto, se scopriste in casa uno sconosciuto, entrato senza presentazione perché passato davanti al vostro cancello e imbucato a una festa di compleanno come reagireste? Io credo che gli organizzatori di eventi sappiano che un certo numero di imbucati a cocktail e conferenze stampa è fisiologico. Ma penso anche che oggi più che mai il tema debba essere affrontato non come domande da bar ma come problema reale che presto toccherà da vicino chiunque faccia questo mestiere.